
Intervista a Mario Staderini: «Noi, mai con questa destra. Ma che fatica con questa opposizione»
di Giampiero Calapà
Mario Staderini, 36 anni, è iscritto ai Radicali dal 1992 e da qualche giorno ne è il segretario: «Il primo obiettivo per le regionali è presentare ovunque le liste Bonino-Pannella. Allo stesso tempo facciamo appello a Verdi e Socialisti per coalizioni anche autonome, se ci stanno noi ci siamo. Il rapporto con il Pd è obbligato: l’ostacolo, però, è rappresentato dall’asse Berlusconi-D’Alema».
Al congresso che l’ha eletta segretario ci sono state due parole d’ordine: rivolta e regime.
«È un problema che non riguarda solo l’Italia e ne parleremo al Consiglio generale del Partito Radicale Transnazionale (a Roma dal 20 al 22 novembre, ndr). Perseguiamo una rivolta non violenta, gandhiana: sui grandi temi, come l’eutanasia o l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, gli italiani sono con noi. Un atto di rivolta è quello della famiglia di Stefano Cucchi che mostra le foto del figlio. O Maria Coscioni in queste ore in sciopero della fame, insieme ad altre quattrocento persone, per denunciare lo Stato che abbandona a loro stessi i malati di sla. Vogliamo moltiplicare le fonti di rivolta».
Parteciperete al No B. Day?
«Capisco le buone intenzioni dei promotori, ma eviterei di ridurre la piazza a piazzate. Come mai neppure Tonino Di Pietro si oppone alla candidatura di D’Alema, avanzata da Berlusconi, al ministero degli esteri europeo? Ecco, se fosse un No B. e D’Alema Day scenderemmo in piazza anche noi».
Tendete la mano a Bersani, ma non a D’Alema quindi?
«D’Alema in quel ruolo sarebbe un problema. Con Berlusconi è in completa sintonia in politica estera: i loro punti di riferimento sono Putin e Gheddafi, i nostri no. In più Berlusconi-D’Alema è l’asse antiradicale dalla mancata riconferma di Emma Bonino a commissario europeo nel 2005 alla mozione Pd-Pdl che chiede all’Europa la libertà di esposizione di simboli religiosi in tutti i luoghi pubblici, non solo nelle scuole. Passando per i nostri otto senatori eletti ed esclusi dal Parlamento nel 2006, con i quali oggi avremmo ancora il governo Prodi. Detto questo il Pd è un interlocutore obbligato, perché non siamo mai stati identitari o autoescludenti».
Vi rivolgete anche a Verdi e Psi, non a Sinistra e Libertà.
«Se il futuro del socialismo è rappresentato da Sinistra e Libertà abbiamo grossi dubbi sul socialismo».
A destra mai?
«Con questa destra "Dio, patria, famiglia" mai. Apprezziamo il percorso di evoluzione di Gianfranco Fini, ma il presidente della Camera non è questa destra».
Non è che fra qualche tempo ritroviamo anche lei nel Pdl, come Daniele Capezzone?
«Il nostro è un partito libertario. Certo, ha avuto un’evoluzione anomala. Quanto a me lo escludo, in assoluto».
da «Il Fatto Quotidiano» del 18.11.2009, in www.radicali.it
Roberto Vecchioni, Ritratto di signora in raso rosa (1999)
Avvocato di 36 anni dirigerà il partito di Pannella dopo l'elezione a Chianciano. Attivo nelle battaglie sui referendum e sull’uso dell’8 per mille
Radicali Italiani a congresso. Staderini nuovo segretario

ROMA - Un avvocato il nuovo segretario dei Radicali Italiani. Il 36enne Mario Staderini è stato eletto con il 78% dei voti al Congresso di Chianciano appena conclusosi all'insegna della ‘rivolta’ non violenta e gandhiana. Nato a Roma il 20 aprile 1973, Staderini, avvocato e studioso del diritto, ha curato il volume Tornare alla Costituzione, con i contributi dei massimi giuristi italiani.
Dopo un’esperienza alla Commissione europea nella Direzione Tutela dei Consumatori, lavora dal 1999 con incarichi di responsabilità nel settore delle telecomunicazioni e dei media. Iscritto nel 1992 al Movimento dei club Marco Pannella, l’anno successivo al Partito Radicale, da allora ha animato centinaia di tavoli per consentire ai cittadini di promuovere referendum per un’Italia più libera, giusta e moderna.
Dal 2000 nel gruppo dirigente radicale, attualmente membro della Direzione di Radicali Italiani, è impegnato nella lotta per l’affermazione della legalità e delle regole democratiche. Dopo aver pubblicato nel 2003 il libro Otto per mille. Come lo Stato sottrae un miliardo di euro ogni anno agli italiani per darli alla Chiesa cattolica, ha coordinato la campagna di Anticlericale.net per informare i cittadini e denunciare l’utilizzo politico dei fondi della Cei.
(www.repubblica.it, 15.11.2009)
)
Prodotta da Wilder per Fox Channels Italy, con la sceneggiatura e la produzione creativa di Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti, diretta da Antonello Grimaldi, la serie non pretende di rifare il processo a Pietro Pacciani quanto piuttosto di gettare una luce narrativa nel buio di una vicenda controversa, sia sul piano umano che su quello giudiziario (FoxCrime, canale 114 di Sky, ore 21). L’aspetto più interessante e riuscito del racconto è la scelta compiuta dagli sceneggiatori: mettere in scena il racconto del «mostro» seguendo due strade. Da un lato ci sono le indagini della polizia e dei magistrati, c’è il bosco nero nel quale vengono uccisi giovani amanti. Dall’altro c’è la famiglia Rontini, c’è un padre che ama sua figlia. Lo spettatore sa e teme l’intrecciarsi delle due strade. Quando il «mostro» porta via la figlia al padre, il racconto diventa personale, il «mostro» diventa un’ossessione tangibile. Ed è la storia di un padre che vuole giustizia.
Nella serie, Pacciani è interpretato da Massimo Sarchielli, Nicole Grimaudo è il magistrato Della Monaca, Giorgio Colangeli il commissario Giuttari, Bebo Storti il procuratore Vigna, Marco Giallini il capo della squadra antimostro Perugini. Ennio Fantastichini interpreta invece Renzo Rontini e Marit Niessen sua moglie.
Aldo Grasso
(www.corriere.it, 14.11.2009)


Cei: «Politici, basta odio. L’Italia è in pericolo»
Il presidente dei vescovi Bagnasco chiede di abbandonare una «conflittualità sistematica che abbandona i cittadini a se stessi»
(www.repubblica.it, 9.11.2009)
Ma se il mondo assomiglia a te…

…non siamo in pericolo!!!


«È la bella foto del regime italiano: Berlusconi e D'Alema uniti per esportare la peste partitocratica italiana in Europa» (Marco Cappato, 6.11.2009, http://lnx.marcocappato.it/node/39672)

I punti (o puntini, o puntolini) di sospensione, anche chiamati puntini sospensivi o (nel parlato) tre puntini, sono un segno di punteggiatura costituito graficamente da un gruppo di tre punti consecutivi scritti orizzontalmente. Si tratta di un segno di pausa e quindi nella lettura corrisponde a un intervallo fonetico paragonabile a quello di una virgola.
I punti di sospensione sono sempre in numero di tre, sia che si trovino alla fine, all'inizio o all'interno di un periodo.
Se posti alla fine di una frase si riprende con la lettera maiuscola. Esempi:

…che oggi compie 46 anni, essendo costui nato a Milano il giorno 9 di novembre dell’anno 1963! Auguri a Biagio da A., da S. e da tutto lo staff di questo nostro bellissimo e gettonatissimo blog!!! 
Quanto tempo e ancora (1998)
Dario Fo, Ma che aspettate a batterci le mani? (1977)

Rosy «la Candida» non le ha mai mandate a dire a nessuno, anche se oggi - giustamente - si scandalizza per l’offesa in diretta tv [Silvio Berlusconi l’ha definita «più bella che intelligente»]. Quando diventò segretario nel Veneto, nel 1994, a una dirigente che le chiedeva i motivi del licenziamento rispose: «Perché sei una puttana».
(www.ilgiornale.it, 9.10.2009)


Marco Delli Colli, Letizia uno e due (2008); pellicola Ferraniacolor FG 800
Ricordiamo che la prima e la seconda parte di questa nostra seguitissima serie sono state pubblicate mercoledì 13 maggio e lunedì 15 giugno.
Sacconi: gli dedicheremo una delle sedi del Ministero del Lavoro
Addio a Gino Giugni
Scomparso a Roma al termine di una lunga malattia il padre dello Statuto dei lavoratori
ROMA - È scomparso domenica notte a Roma, al termine di una lunga malattia, Gino Giugni, aveva 82 anni. Giurista, riformatore e grande saggio del vecchio Psi, è ricordato come il Padre dello Statuto dei lavoratori. Nel 1969 venne infatti messo a capo della Commissione nazionale che ebbe l'incarico di scrivere il testo che è una delle norme principali del diritto del lavoro italiano. Prima di Marco Biagi e Massimo D'Antona, Giugni è stato per anni l'anello di congiunzione tra le istituzioni e il mondo economico.
L'ATTENTATO - Nel maggio del 1983 fu vittima di un attentato delle Brigate Rosse. Venne ‘gambizzato’ a Roma da una donna. Nello stesso anno venne eletto senatore nelle liste del Partito Socialista Italiano (rieletto poi nell’87). Dall'aprile ’93 al maggio ’94 ricoprì la carica di ministro del Lavoro e della Sicurezza sociale del governo Ciampi. Fu inoltre membro della commissione parlamentare inquirente sulla Loggia Massonica P2. Giugni negli ultimi anni ha ricoperto tra l'altro la carica di presidente della Commissione di Garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.
NAPOLITANO - Gino Giugni è un esempio di «assoluta dedizione allo Stato democratico», ha dichiarato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Partecipo con profonda commozione al cordoglio del mondo della cultura, del mondo del lavoro e delle istituzioni per la scomparsa di Gino Giugni. È stato uno studioso di altissimo livello, riconosciuto ispiratore di una moderna scuola di diritto del lavoro, e allo stesso tempo è stato, ancor prima di approdare in Parlamento e al governo, promotore di una legislazione sociale avanzata culminata nello Statuto dei diritti dei lavoratori. Pagò il suo impegno democratico - ha ricordato il Capo dello Stato - con la vile aggressione del terrorismo brigatista che colpì gravemente il suo fisico. Gino Giugni, al quale sono stato legato da una larga comunanza di idee e da una schietta amicizia personale, resta esempio di appassionata dedizione allo Stato democratico e di assoluta coerenza e integrità. Sono vicino con affetto al dolore dei famigliari».
SACCONI - Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, dedicherà a Giugni una delle sedi del Ministero del Lavoro. Lo ha annunciato lo stesso Sacconi a margine di un convegno del Pdl sul Mezzogiorno. «Gino Giugni - ha detto Sacconi - lascia un grande vuoto. È stato protagonista dello sviluppo sociale dal dopoguerra e padre, insieme con Brandolini, dello Statuto dei lavoratori, ministro e presidente della commissione Lavoro del Senato».
LE ALTRE REAZIONI - «Padre dello Statuto dei lavoratori, uomo attento e acutissimo, capace di non perdere mai di vista i cambiamenti nel mondo del lavoro, equilibrato e coraggioso: con Gino Giugni se ne va un vero riformista. Lo Statuto che porta la sua firma è uno dei grandi passaggi della modernizzazione e della crescita sociale del nostro Paese. Per questo la sua scomparsa ci addolora e colpisce. Esprimo alla sua famiglia, ai suoi collaboratori, la vicinanza mia personale e quella di tutto il Pd», ha dichiarato il segretario del Pd Dario Franceschini. Gino Giugni è stato il «vero grande maestro del diritto e della politica del lavoro»: così lo ricorda il senatore del Pd Tiziano Treu, giuslavorista allievo dello stesso Giugni.
(www.corriere.it, 5.10.2009)
Barbara D’Urso: «A 50 anni sono nel pieno dell’eros!»

«Io sono attiva e sempre in salita. Sono più saggia, più matura, ma eroticamente ancora nel pieno delle mie possibilità» (da http://magazine.libero.it, 28.9.2009).

Al liceo (Liceo Scientifico di Sesto Fiorentino), una trentina di anni fa, avevo un’odiosissima professoressa di chimica che si chiamava Mariarosa T. Le stavo molto sul culo (non so perché); fatto sta che come insegnante valeva pochissimo (grazie a lei ho imparato ad odiare la chimica; mi sono infatti laureata poi in Antropologia culturale) e come persona, intendo come persona dal punto di vista umano, valeva ancora meno. Non a caso era di sinistra. Tra gli studenti e i colleghi professori, inoltre, aveva la fama di essere una grandissima zoccola (una volta un bidello trovò nella sua borsa, che aveva dimenticato in classe, ben cinque confezioni di preservativi!).
Grazie per avermi permesso di rendere pubblica questa mia testimonianza. Salutoni
Luisa G.
Ah, dimenticavo. A distanza di tanti anni vorrei ricambiare (credo doverosamente) i sentimenti di Mariarosa T. per me inviandole virtualmente questa foto:

per poter diventare nostri amici qui su Splinder è necessario che inviino, nitidamente scannerizzati, i seguenti documenti all’indirizzo pacsiamo@splinder.com: 1) ricevuta di pagamento per l’iscrizione annuale a Radicali Italiani o a una qualsiasi associazione della Galassia Radicale; 2) autocertificazione di possesso di almeno 5 libri di Marco Pannella (sono validi anche gli interventi in volumi miscellanei; fondamentale comunque fotocopiarne le copertine e inviarcele); 3) impegno scritto e sottoscritto a partecipare ad almeno 7 manifestazioni radicali (a scelta) nel corso dell’anno sopravveniente.
Grazie per l’attenzione e un carissimo saluto a tutti.
A. e S.

Pochi sanno che il sottotitolo dell’iniziativa è il seguente: «Berlusconi vattene a fanculo per sempre brutto pezzaccio di merda e origine di tutti i mali della Terra e lascia che l’Italia sia governata da noi cattocomunisti! Tiè tiè tiè brutta canaglia!!!».
Ci sembra giusto ricordare ai nostri numerosissimi visitatori che il primo ad aver aderito alla meritoria iniziativa è stato l'onorevole Baffino D'Alema, che ha immediatamente inviato anche due proprie significative foto al giornale:


Caro Marco,
è con grande piacere che siamo di nuovo qui a rivolgerti delle domande.
Stavolta, però, ne sono ben 10, poiché tanto si è avvezzi a fare e tanto proveremo a fare noi.
Et voilà...
1. Hai mai organizzato cene con la partecipazione di escorts?
2. Se sì, quanto prende a sera una escort?
3. Se sì, avete mai fatto uso di sostanze stupefacenti durante queste cene organizzate?
4. È capitato che 'voli di Stato', senza la tua presenza a bordo, abbiano condotto - nelle tue residenze di Trastevere e Vedano al Lambro - le ospiti delle tue festicciole?
5. Puoi dirti certo che le tue frequentazioni non abbiano compromesso l'immagine del Partito Radicale? Puoi rassicurare il Paese che nessuna donna, tua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto?
6. Alla luce dei tanti digiuni che tu sovente fai, quali sono, caro Marco, allo stato attuale, le tue condizioni di salute?
7. Hai frequentato o frequenti minorenni?
8. Se sì, ci hai fatto sesso o hai parlato con loro solo delle prossime iniziative radicali?
9. Ti piacciono le donne più attempate?
10. Quando perderai il vizio di frugare sotto le gonne delle donne?
10 bis (di riserva alla 10). Ma a te piacciono le donne?
Ti vogliamo bene ;-)
Alessandra & Stefano
Risposta:
:-)
Senza Ghedini non rispondo.
Pssssss… Le nostre domande e la risposta di Marco sono visibili anche in http://lnx.marcocappato.it/node/39490.
Franceschini fa il cameriere alla Festa del Pd
Il segretario del Pd Dario Franceschini ha indossato la maglia da volontario e per un giorno si è improvvisato cameriere. L'occasione è stata la Festa del Pd che si è svolta a Genova
(www.lastampa.it, 6.9.2009)

Notate, a fronte del sorriso gravido di acume del cameriere,
la tristissima pochezza del contenuto del piatto
da lui servito direttamente al popolo.

«Chi deve ancora pagare il contoooooooo???».

«Eccoti servita sorella e compagna!».
«Ma io avevo ordinato una minestrina vegetale!
(mah, ne azzeccasse mai una ’sto besugo d’un besugo…)».

Lo sfogo di Placido a pugno chiuso: Berlusconi? Con chi devo fare i film?
Il regista presenta Il grande sogno, storia di un poliziotto nell'anno '68
«È la mia storia. Di Michele Placido, di un ragazzo venuto dal Sud nel ’68, poliziotto che amava andare al cinema, vedere i film e sognava di diventare attore». Così il regista de Il grande sogno, in concorso al Lido, presenta la sua ultima fatica, prodotta da TaoDue (budget 10 milioni di euro) in collaborazione con Medusa, che porterà il film nelle sale italiane dall’11 settembre, con 450 copie.
«Una contraddizione», secondo una giornalista straniera intervenuta durante la conferenza stampa, in seguito alla dichiarazione di Placido sul «governo attuale che non mette a disposizione dei giovani registi i soldi necessari per poter realizzare film sull’attualità del nostro paese: d’ora in avanti - continua il regista - si faranno solo commedie...».
Ma la considerazione della cronista lo ha fatto andare su tutte le furie: «Faccio il film con la Rai e me lo distruggete, lo faccio con Medusa e mi distruggete! Con chi c... li devo fare io i film??? Non conosco il signor Berlusconi e ho sempre votato da tutt’altra parte», ha urlato Placido, tra le altre cose palesemente ‘distanziato’ da Carlo Rossella, presidente Medusa, fischiato in conferenza dopo un monologo introduttivo sul ‘suo ’68’.
«Romanzo popolare e politico», come lo ha definito lo stesso Placido, Il grande sogno racconta un momento che ha segnato la storia del nostro paese, concentrandosi su tre personaggi (Nicola, Laura e Libero, interpretati da Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca e Luca Argentero, assente al Lido perché impegnato a Roma sul set di Eat, Pray, Love con Julia Roberts), un poliziotto del Sud venuto a Roma con il sogno di fare l’attore, una ragazza di Azione cattolica che parteciperà attivamente al movimento studentesco, uno dei leader del movimento stesso proveniente da Torino: le vite dei quali cambieranno radicalmente dopo gli scontri di Valle Giulia.
«Personalmente non ero d’accordo con la lettera che all’epoca scrisse Pasolini - ha aggiunto Placido - (dove criticava gli studenti-borghesi e riconosceva che i veri figli del popolo erano i poliziotti, ndr), perché quei borghesi di cui lui parlava sono stati poi i miei primi insegnanti: nel ’68 ero con i celerini che sono intervenuti, poi sono passato dall’altra parte della barricata».
Tra i presenti, oltre agli interpreti Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio («Sarebbe bello poter fare i film senza soldi...», ha commentato dopo lo sfogo del regista raccontato sopra), anche Mario Capanna, storico leader del movimento studentesco nel ’68: «Quello di Placido è un film pulito, trasparente, - ha detto Capanna - soprattutto perché non è un film ‘politico’: il ’68 ha vinto perché siamo ancora qui a parlarne, ma non ha ancora vinto ’politicamente’ visto che in gran parte del mondo ancora non si conoscono concetti quali l’uguaglianza e la libertà».
(www.lastampa.it, 9.9.2009)
Carlo Alberto Dalla Chiesa
(Saluzzo, 27 settembre 1920 - Palermo, 3 settembre 1982)

![]()
Fabrizio Moro, Pensa (2007)

«Lo Stato sta mettendo in atto il più grande licenziamento di massa della storia italiana nel settore in cui bisogna investire di più, ossia nell'educazione dei nostri figli». Lo ha detto Dario Franceschini, segretario del Pd, incontrando a Benevento i precari della scuola che da giorni stanno manifestando sul terrazzo dell'ufficio scolastico provinciale per protestare contro i tagli del decreto Gelmini. Il segretario del Partito democratico è salito sull'edificio dal quale i lavoratori portano avanti la loro protesta. [segue in http://napoli.repubblica.it, 2.9.2009]
Sul tetto dell’edificio Franceschini ha particolarmente solidarizzato con le precarie. Una di esse ha però rivelato: «Marooonnna! Dario mi ha toccato il culo per ben due volte mentre arringava i presenti!»; un’altra ha rincarato la dose: «Il compagno Franceschini mi si è affabilmente avvicinato e, strizzando l’occhio in modo assai assai malizioso, mi ha poi esibito il suo pur risibile membro virile»; una terza manifestante, tale Milena G., precaria da oltre otto anni, ha inoltre riferito che «il compagno Dario, durante la sua sosta sul tetto, ha emesso ripetuti, prolungati e imbarazzanti rumori dal deretano». Su tutti e tre i casi sta attualmente indagando la Procura di Benevento.

Professionisti ben pagati dell'antiberlusconismo
di Massimiliano Parente
È tornato «il regime», argomento principale di quando si è alla frutta, o meglio ai moscerini della frutta. Ieri, in Italia, non sul «Vernacoliere» bensì su «Repubblica» si poteva leggere una strepitosa sequenza di paragoni storici: il fascismo che, nel 1925, mette a tacere il «Corriere» e la «Stampa», la censura cinese con la condanna a dieci anni di carcere del giornalista Shi Tao, la Russia di Putin e l’assassinio di Anna Politkovskaja, e «oggi il premier Silvio Berlusconi, che ha querelato Repubblica». Meraviglioso.
Sembra una barzelletta e gli accostamenti si commenterebbero da soli, invece li commenta anche una dotta chiosa in forma di domanda di Umberto Eco, firmatario, insieme ai soliti intellettuali, dell’appello congegnato da «Repubblica» stessa: «Come reagire al “regime”, visto che bisognerebbe accedere a quei media che il regime controlla?». Ha firmato anche Celentano, che appena apre bocca per dire che non cresce più l’erba finisce se va male in prima pagina del «Corriere della Sera», se va bene in prima serata sulla Rai, da dove imbastirà un monologo sul regime, con una decina di milioni di euro in tasca e nella sua villa di Galbiate, dalla quale intentò causa a un povero contadino settantenne e alle sue pecore colpevoli di pascolare troppo vicino al confine dell’erba celentanesca. C’è anche sua moglie Claudia Mori, in procinto di tornare in televisione su Raidue, protagonista ben pagata di «X-Factor».
È comico, a pensarci, quanto lo sono i comici italiani di oggi, subito in coda con la penna in mano, da Crozza in giù: un presidente del Consiglio che querela un giornale mette in pericolo la libertà di stampa (ma quando il presidente querelatore di «Repubblica» era D’Alema non ricordo appelli contro il regime né tanta dovizia di paragoni ridicoli). D’altra parte, ve lo immaginate Hitler che querela Fritz Michael Gerlich? Per paradosso la querela di Berlusconi, essendo una querela, dovrebbe essere la prova del contrario: se un capo del governo ricorre ai mezzi di un qualsiasi cittadino, significa che non ne ha altri. Deve andare in tribunale, può vincerla o perderla. O pensano che la magistratura sia di Berlusconi? Allora si sbaglierebbe Travaglio. Chiedendo tra l’altro, per risarcimento, un milione di euro, se «Repubblica» perde De Benedetti è come se offrisse un caffè al nemico, niente rispetto al favore di averli querelati (ah, Silvio, chi ti consiglia?), un piagnisteo che durerà mesi.
La stampa estera è solidale? Forse all’estero non sanno che i firmatari sono quelli che godono in Italia della massima visibilità mediatica, quelli che se vogliono dire qualcosa non hanno problemi su nessun giornale, da Dario Fo a Camilleri, da Sandro Veronesi a Arnoldo Foà. C’è perfino l’immancabile Roberto Benigni (e consorte), il quale meno di un anno fa ha spremuto milioni di euro dalla vacca neppure così grassa del Festival di Sanremo per urlare il solito «Berluscooooniiii!». Vivono, in Italia, nel migliore dei mondi possibili. Infatti, stessa faccia della stessa medaglia, se li mettete tutti insieme avrete la prova e l’organigramma del «regime».
Se non professate fede di antiberlusconismo acritico, se ragionate di volta in volta con la vostra testa (come scrisse Aldo Busi anni fa, «è più servile dire sempre no a Berlusconi che dirgli sì o no a seconda dei casi»), siete tagliati fuori, e la pagate cara, non mettete piede neppure in Mondadori. Perfino Roberto D’Agostino si è preso nei giorni scorsi del servo di Berlusconi semplicemente per aver detto a «Repubblica», convertitasi di colpo alla difesa delle gerarchie vaticane: «Come, state con la Chiesa ora? Dove sono finite le battaglie laiche, le unioni civili, il testamento biologico?». Pur di dare addosso a Berlusconi andrebbero a letto anche con Goebbels. Sui giornali non ne parliamo: se si collabora con «Il Giornale» si è servi, se si collabora con «Repubblica» si resiste al regime, e a prescindere da chi ci sia al governo.
Oh, non potevano mancare lo scrittore Antonio Scurati e Roberto Saviano, con i quali, tuttavia, a pensarci bene posso perfino essere d’accordo; leggendo i loro nomi ho riflettuto, e sì, un problema di libertà di stampa c’è, lo conosco in prima persona. Il primo, quando due anni fa ho pubblicato l’ultimo mio romanzo, Contronatura, per Bompiani, fece intervenire il suo agente presso la casa editrice per minacciarmi, costringendo l’editore a farmi un discorsino per impormi di «non scrivere più una sola riga contro Scurati» pena il «farmi terra bruciata intorno». Il secondo, Saviano, è un autore mediaticamente trasversalissimo e pagatissimo, scrive sulla «Repubblica», sul «Corriere della Sera», su «Panorama», può andare ospite in trasmissioni Rai e Mediaset, è giustamente protetto giorno e notte da quattro guardie del corpo del governo italiano, ossia da Berlusconi, che oltretutto è l’editore del bestseller Gomorra, oltre che editore di molti altri campioni dell’antiberlusconismo e firmatari dell’appello come Eugenio Scalfari, Federico Rampini, Concita De Gregorio, Corrado Augias, Dario Fo, Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Giuseppe Genna, Wu Ming, Sabina Guzzanti e chi più ne ha più ne metta, c’è spazio per tutti, o quasi. Infatti Berlusconi non è ancora il mio editore, perché, si dice, parlo male degli autori del regime.
(www.ilgiornale.it, 2.9.2009)

Boffo, il supercensore condannato per molestie
«Articolo 660 del Codice penale, molestia alle persone. Condanna originata da più comportamenti posti in essere dal dottor Dino Boffo dall’ottobre del 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale, a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è constatato il reato». Comincia così la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano «Avvenire», disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004.
Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia. A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali. Dove si chiacchiera, anche troppo, per tirar tardi la sera. C’è chi aveva orecchiato, chi aveva intuito, chi credeva di sapere.
Ma le chiacchiere non bastano a crocefiggere una persona. O meglio bastano, sono bastate, solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e, più recentemente, Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili.
Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell’informativa: «...Il Boffo - si legge - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio, il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...».
Dino Boffo, 57 anni appena compiuti, è persona molto impegnata. O, come si dice quando si pesca nelle frasi fatte, vanta un curriculum di rispetto. È direttore di «Avvenire» da quindici anni, direttore e responsabile dei servizi giornalistici di Sat 2000, il network radiotelevisivo via satellite dei cattolici italiani nel mondo, nonché membro del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che detta le linee guida delle Università Cattolica del Sacro Cuore. Acuto osservatore della vita politica italiana e delle vicende che segnano il mutamento dei tempi e dei costumi, recentemente, in più d’una occasione, Boffo si è sentito in obbligo, rispondendo alle pressanti domande dei suoi smarriti lettori, di esprimere giudizi severi sul comportamento del Presidente del Consiglio. E, turbato proprio da quel comportamento, è arrivato a parlare di «disagio» e di «desolazione». Persino, e dal suo punto di vista è assolutamente comprensibile, di «sofferenza». Quella sofferenza, per citare testualmente quanto ha scritto ancora pochi giorni fa sul giornale che dirige, «che la tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato». Questa riflessione l’ha portato a esprimere, di conseguenza, più e più volte il suo desiderio più fervido, ovvero il «desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all’altezza del loro ruolo».
Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, «sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori».
I primi due non hanno bisogno di presentazione, l’ultimo, per la cronaca, è l’arcivescovo di Firenze. Si dice che le voci corrono. Ma, alla fine, su qualche scrivania si fermano.
(www.ilgiornale.it, 28.8.2009)

Ciao Nanda, incondizionatamente radicale
Difficile, ma doveroso, spiegare ai giovani internauti d’oggi, apparentemente emancipati e, invece, terribilmente risucchiati nei mefitici gorghi di un penoso conformismo di ritorno, appiattiti, livellati in un torpore che ha molto di tanatologico, chi sia stata e cosa abbia rappresentato per una serie di generazioni che negli anni Cinquanta ha il loro stigma una figura incondizionatamente radicale come quella di Fernanda Pivano.
È grazie a lei, in virtù anche dell’intenso, travagliato, rapporto con Cesare Pavese e sicuramente dell’influenza dell’esistenzialismo di un grande e adombrato filosofo come Nicola Abbagnano, se la cultura italiana ha potuto respirare in anni cruciali un’aria diversa, più libera, liricamente densa di aromi primaverili, infinitamente distante dall’asfittico, bolso “strapaesismo” di marcette, messali o tetri pugni chiusi tanto in voga nella scena letteraria e intellettuale del nostro paese.
È stata lei a recare alle nostre orecchie la voce, anzi le voci transoceaniche di Melville, Edgar Lee Masters, Anderson, Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Faulkner e soprattutto di quella straordinaria congrega di visionari, ribelli (mai rivoluzionari), invasi sino alle midolla dal pulsare della vita e dai richiami d’assoluto, che a partire dall’anarchico e salvifico versificare dell’immaginista William Carlos Williams fu la Beat generation di Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso, Burroughs, Snyder, Sanders, Robert (Bob) Zimmerman (Dylan).
La ricordiamo a fianco del mitico Jack - On the road, sempre inebriato da vapori etilici o fumi d’erba, da benzedrina o codeina, in surreali conferenze stampa - o dell’Allen, poeta libertario e liberatore, vate di una coscienza allargata e lisergica, che, con gesto provocatoriamente nonviolento, a Spoleto, nel 1967, tenta di regalare un fiore all’appuntato che lo voleva in galera per oltraggio al pudore (quale?, di chi?).
E, ancora, non possiamo dimenticare l’esperienza di Pianeta fresco, avviata, sempre alla fine degli anni Sessanta, insieme ad Ettore Sottsass, inseparabile compagno di viaggi, follie e marito. Due soli numeri, editi dalla torinese libreria Hellas di Angelo Pezzana tra 1967 e 1968, subito esauriti e ormai consegnati ai ricordi degli albori della cosiddetta controcultura in Italia (dopo sono venuti Fallo! di Angelo Quattrocchi e Re Nudo di Andrea Valcarenghi ma è un’altra storia).
È stata radicale in tutto e per tutto, candidata per e con il partito, sempre a sostegno dei diritti civili e delle battaglie di libertà e amore che hanno contrassegnato l’ultimo sessantennio della nostra storia. Controcorrente per indole naturale, non ha avuto mai problemi a mettersi continuamente in discussione, a varcare senza retaggi confini artistici, a incontrare e raccontare “i suoi amici” cantautori, da Piero Ciampi al concittadino De André, da Vasco (da lei incensato) a Jovanotti.
Due anni fa, a novant’anni, scrisse con ineguagliabile e commovente lucidità: «dove c’è poesia c’è anche Assoluto e ci sono sguardi di poeti rivolti all’eternità con o senza poesia a renderli immortali». Ciao Nanda. Grazie di cuore per quello che hai saputo darci.
Francesco Pullia, membro della Direzione di Radicali Italiani
(www.radicali.it, 19.8.2009)

«Gli anni s’impigliano e si aggrovigliano…
Gli anni sorridono, corrono avanti…
Gli anni che passano non son mai tanti…
Gli anni, gli anni…». 
